pesaro
LA PESARO DELLA MUSICA
DI ALBERTO ZEDDA
L’edizione critica del Barbiere di Siviglia da me curata - la prima di un’opera lirica del grande repertorio italiano - voleva essere l’omaggio di Casa Ricordi a Rossini nella ricorrenza del primo centenario della nascita, nel 1968. Per l’occasione Pesaro aveva organizzato un convegno di studio al quale Ricordi aveva
fatto in modo che fossi invitato per parlare di quell’edizione,
di prossima pubblicazione. In giorni densi di
interventi, non un’analisi musicale seria, non una parola
sulla produzione drammatica, non un interrogativo
sul perché un catalogo di tale rivelanza fosse finito in
oblio... Con l’irritante aggressivitá del sessantottino
impaziente e la franchezza imprudente di chi é estraneo
alla confraternita dei clerici ho contestato tutto e tutti, in
un raggelato silenzio rotto solo dall’applauso solidale del
direttore del conservatorio, Marcello Abbado, che presiedeva
il convegno. Invece della lupara vendicatrice,
Pesaro mi riservó stima e affetto. Il presidente della
Fondazione Rossini, Wolframo Pierangeli, venne a
Milano per assistere alle mie conferenze di presentazione
dell’edizione critica e alle memorabili recite del Barbiere
dirette da Claudio Abbado, col proposito di verificare se
l’operazione editoriale tanto reclamizzata aprisse davvero
un discorso nuovo per Rossini. In un incontro decisivo
per il mio futuro mi incaricó di creare le premesse per la
pubblicazione in edizione critica dell’intera opera rossiniana,
selezionando eventuali collaboratori e avviando la
trasformazione della Fondazione in vista di un progetto
destinato a cambiare radicalmente l’immagine di Rossini. Da allora sino al 1980 le mie vacanze si identificarono
con dodici ore di lavoro giornaliero nelle stanze
della Fondazione Rossini per esplorare e trascrivere
manoscritti in compagnia degli altri componenti il
comitato editoriale: Philip Gossett e Bruno Cagli. In
quell’anno, da Milano segnalarono che a Pesaro stava
emergendo un giovane assessore alla cultura ricco di idee
innovative e dotato della capacitá manageriale e dell’ambizione
necessarie per tradurle in realtá concreta: Gian
Franco Mariotti. Ci incontrammo e subito decidemmo
di unire esperienze e passione per vivere insieme il tormentone
del Rossini Opera Festival, impostato da
Mariotti con lucida e superba consapevolezza in modo
da diventare evento di prima grandezza. Nessuno dei
due osava pensare, tuttavia, che nel breve volgere di anni
Pesaro sarebbe diventata l’indiscusso centro di una rinascita
rossiniana che ha moltiplicato la circolazione delle
sue opere, riproposte in un codice espressivo capace di
disvelarne i significati. Prima ancora di propormi di
affiancarlo nelle scelte artistiche del Festival, Mariotti mi
aveva obbligato a comprare una casa nell’entroterra pesarese:
sapeva che se insieme alle partiture inedite di
Rossini avessi scoperto l’anima di questa cittá non me ne
sarei piú allontanato. Oltre alla dolcezza dei suoi paesaggi
a misura d’uomo, mi sono innamorato della sua gente
e dei suoi cibi: semplici, basati su materie prime
genuine trattate con la sapienza e il rispetto mutuati dalla
civiltá contadina, lontani dalla genericitá supponente
della nouvelle cuisine, prossimi alla natura limpida e
sobria del comporre rossiniano. Limpida e sobria come
la sua gente, cordiale e ospitale, ma senza smancerie;
seria e professionale, ma senza orpelli; consapevole e
interessata, ma senza furbizie; moderna e informata, ma
senza fanatismi, ironica e disincantata, ma senza cinismo.
Creando mercati di alta qualitá, ha riempito il mondo di cucine: una categoria nobiliare meno blasonata di altre. Ma le sue cucine sono tanto belle ed efficienti da cambiare le abitudini di larghi strati sociali: oggi è elegante e ricercato pranzare in cucina ed è piacevole sostarvi a lungo anche dopo, disertando il salotto.
Ancora una coincidenza con lo stile del suo Rossini: apparentemente facile e dismesso, in realtà aristocratico e ricco di contenuti vertiginosi e accattivanti.